La mastoplastica additiva (aumento del seno con inserimento protesi) è uno degli interventi più richiesti in campo di chirurgia plastica.
Le motivazioni che spingono una donna ad effettuare questa scelta sono molteplici: svuotamento del seno a causa dell’allattamento prolungato post gravidanza, forte dimagrimento, desiderio di vedersi con un seno più grande rispetto a quello che madre natura ha fornito, ecc… E’ possibile elencare molteplici altre motivazioni, ma quello che è importante alla fine è il risultato, l’appagamento del proprio desiderio.
Le scelte che il chirurgo deve fare per una buona riuscita dell’intervento riguardano le dimensioni delle protesi (in cc), la tipologia (silicone o poliuretano), la posizione in cui alloggiarle, la modalità di inserimento (periareolare o inframammario) e la forma (anatomiche o rotonde).
La bravura del chirurgo sta proprio in queste scelte.
La protesi da inserire dipende anche dall’età della paziente e dal suo stile di vita (sportiva o no), snella o in carne, con patologie particolari o no, ecc…
La qualità di questi tipi di impianti oggi è alta, proprio per evitare le complicanze che in passato si sono verificate e che fanno parte della storia della chirurgia plastica: il c.d. “bottoming out” (scivolamento della protesi), la rotazione della protesi e la contrattura capsulare.
Le protesi possono essere in silicone o in poliuretano (identiche a quelle in silicone, ma rivestite di un particolare foglietto esterno appunto in poliuretano).
Quelle in poliuretano devono essere impiantate da chirurghi che ne conoscono le dinamiche e che sanno posizionarle bene, in quanto la loro caratteristica membrana esterna permette, una volta impiantata, di non farla scivolare, di aderire ai tessuti limitrofi nell’immediato e, di conseguenza, sono difficilmente spostabili in caso di errore nel posizionamento.
Nella maggioranza dei casi viene inserita in sede periareolare e con una manualità altissima.
Nel consueto e diffuso impianto in silicone, il rischio di rotazione post operatorio, di incapsulamento o di bottoming out può presentarsi nell’ordine del 7%-18%, contro l’1% delle protesi in poliuretano.
La durezza o rigidità della protesi in poliuretano scompare nel giro di un anno (tempo necessario per il riassorbimento dello strato in poliuretano).
Tra le case produttrici di queste protesi di ultima generazione la Polytech è maestra.
La texturizzazione della protesi consente la perfetta aderenza ai tessuti e di conseguenza la velocità di ripresa post-operatoria della paziente.
Le singole e personali motivazioni delle pazienti (economiche, estetiche, organizzative) incidono sulla scelta di protesi tonde testurizzate e microtesturizzate più economiche o di protesi anatomiche in doppio gel rivestite in poliuretano, ma alla fine dei conti la cosa più importante è la soddisfazione della paziente e il suo ritorno alla quotidianità senza alcun tipo di visibilità.
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